L’Italia e l’innovazione tecnologica hanno un rapporto complicato. Un po’ come quello zio che tiene ancora il Nokia 3310 nel cassetto “perché non si sa mai”.
I dati ISTAT 2025 dicono che solo il 16% delle aziende italiane usa l’AI. È il doppio rispetto all’anno precedente – un segnale positivo – ma significa anche che la grande maggioranza non ha ancora iniziato.
Il Terzo Settore riflette questo quadro: molte organizzazioni non sanno da dove cominciare, e la mancanza di competenze digitali pesa più della mancanza di budget. Non è una colpa, è un punto di partenza.
L’approccio più comune resta quello di usare l’AI per risparmiare tempo – automatizzare una mail, generare una bozza. Ma le opportunità vanno oltre la semplice ottimizzazione dei processi (Vita.it, CeSVoP).
Come le persone interagiscono con l’AI (e perché riguarda il non profit)
Una recente indagine empirica condotta in Italia ha fotografato come gli italiani usano l’AI generativa nella vita quotidiana.
A tal proposito consiglio la lettura di questo studio della Cornell University, condotto su quasi 2000 persone: Generative AI Practices, Literacy, and Divides: An Empirical Analysis in the Italian Context (traducilo con l’AI 😉).
Il dato centrale: strumenti come ChatGPT e Claude sono diventati il primo punto di contatto per ottenere risposte rapide, sintetizzare informazioni, prendere decisioni.
Cosa significa per il non profit?
Beh, le persone non navigano più i siti web come facevano cinque anni fa. Sempre più spesso cercano risposte dirette, e quelle risposte arrivano dall’AI, non dalla homepage di un’organizzazione.
Sta a voi maledire o farvi amico Google AI Overview, ma è importante sapere che questo non è necessariamente un male.
È richiesto però un cambio di prospettiva: i contenuti devono essere pensati anche per essere “letti” e sintetizzati dall’intelligenza artificiale, non solo dai visitatori umani.
Cambiano le regole del gioco: tre cose da sapere
1. Accessibilità e chiarezza dei contenuti
Fino a ieri il successo si misurava in traffico web e clic. Oggi una persona può ottenere tutte le informazioni che cerca senza mai visitare un sito, direttamente dalla risposta di un chatbot.
Questi “risultati sintetici” riducono le visite, ma non necessariamente l’efficacia della comunicazione. La domanda diventa: quando l’AI parla di una causa, cosa dice? E soprattutto: dice qualcosa?
Cosa fare: ripensare i contenuti. Non “chi siamo”, ma “cosa fa per [problema concreto]?”. L’AI lavora meglio con risposte chiare a domande precise.
Un piccolo trick: un posizionamento determinante, è condizionato anche da collaborazioni con altri Enti autorevoli, e la presenza di tematiche, argomenti e link che puntano ai tuoi spazi nelle loro proprietà web.
2. Domande, non parole chiave
La ricerca online non funziona più solo con le keyword. Le persone fanno domande naturali, come le farebbero a un collega. E si aspettano risposte dirette, non articoli da 3.000 parole (tipo questo, sì).
Cosa fare? Ripensare la struttura dei contenuti in termini di domanda → risposta breve → approfondimento. La risposta diretta cattura l’attenzione. L’approfondimento la trattiene.
2. La fiducia (forse eccessiva) nelle risposte AI
C’è un aspetto che merita attenzione: le persone si fidano delle risposte che ricevono dall’AI. Spesso senza verificare, senza cliccare sui link, senza approfondire.
Per il non profit, ma per ogni realtà in generale, questo ha conseguenze concrete.
Se qualcuno chiede a ChatGPT o Google “quale organizzazione posso sostenere per [causa X]?” e un’organizzazione non compare, o compare con informazioni incomplete, si perde un’occasione.
Cosa fare? Assicurarsi che i contenuti online siano aggiornati, verificabili, e che rispondano alle domande reali che le persone potrebbero fare. Includere dati e fonti aiuta, per la credibilità verso gli umani, ma anche per quella verso i modelli AI.
Opportunità concrete: cosa stanno già facendo alcune organizzazioni
L’AI può supportare in modo significativo la gestione dei dati e il fundraising.
Ma mica solo in teoria, anche in pratica.
Alcune organizzazioni italiane stanno già sperimentando:
- Personalizzazione dei messaggi ai donatori in base ai comportamenti passati: non più “Caro donatore”, ma comunicazioni che tengono conto della storia della relazione.
- Ottimizzazione delle campagne email: test automatici su oggetti, contenuti, decisione automatica degli orari di invio. Meno intuizione, più dati.
- Analisi predittiva sui donatori: identificare chi è più propenso a donare di nuovo, chi rischia di disimpegnarsi, dove concentrare le energie.
Organizzazioni come SOS Mediterranee e Fondazione Dynamo Camp stanno già lavorando in questa direzione (vedi: Passione Nonprofit).
Il punto importante: questi strumenti non sostituiscono la relazione umana. La potenziano. Automatizzano le parti ripetitive per lasciare più tempo a quelle che contano.
Si, ok, bello tutto, ma passiamo a cose pratiche: come miglioriamo la comunicazione digitale?
Strutturare i contenuti per rispondere a domande reali – Non basta più ragionare in termini di keyword. Bisogna pensare alle domande che il pubblico potrebbe fare – a Google, a ChatGPT, a un amico – e costruire risposte chiare, concise, utili.
Misurare l’efficacia con nuovi parametri – Il traffico web non è più l’unico indicatore. Da considerare anche:
- La visibilità nei risultati sintetici (snippet, risposte AI) – Hai mai provato GeoSnap ad esempio?
- I pattern di interazione (quali contenuti vengono ripresi, citati, condivisi)
- Le conversioni dirette: donazioni, iscrizioni, download
Definire una governance chiara – Come si usa l’AI nell’organizzazione? Chi decide cosa? Quali dati si possono usare e quali no?
Avere linee guida chiare non è burocrazia – è una forma di tutela. Per l’organizzazione e per i donatori. La trasparenza su come l’AI viene integrata nelle attività di comunicazione e fundraising rafforza la fiducia, non la indebolisce.
Per concludere (o come direbbe GPT, in sintesi).
L’AI non è il nemico. Non è nemmeno il salvatore. È uno strumento – e come tutti gli strumenti, fa danni se usato male e fa la differenza se usato bene.
Il non profit italiano ha una finestra di opportunità: la tecnologia c’è, i costi sono accessibili, e la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora iniziato seriamente.
Chi si muove adesso sarà “al passo coi tempi”, ma soprattutto sarà un passo avanti.
Noi intanto continuiamo a sperimentare, a studiare, e a raccontare cosa funziona.
Perché l’unica cosa peggiore di non usare l’AI è usarla senza capirla.
Prossimamente esploreremo i principali modelli di AI generativa – ChatGPT, Claude, Gemini, NanoBanana, Midjourney, Sora – e come possono essere utilizzati concretamente nella comunicazione e nel fundraising del nonprofit.
Capiremo insieme come questi modelli possono semplificare il lavoro delle organizzazioni, dalla generazione di contenuti all’analisi dei dati.
Stay tuned. (E no, questo articolo non l’ha scritto ChatGPT. Forse…)
a cura di Maurizio Grasso – Responsabile Area Digital
FONTI
ISTAT – Imprese e ICT 2025
arXiv – Generative AI Practices, Literacy, and Divides: An Empirical Analysis in the Italian Context
Vita.it – Accompagnare il Terzo Settore verso l’AI
CeSVoP – Potenziare le NoProfit con l’IA
Passione Nonprofit – SOS Mediterranee e Dynamo Camp con AI







