Giovedì 24 settembre Milano ha ospitato l’XI edizione di Reinventing, l’appuntamento annuale dedicato a chi guida il fundraising e la comunicazione nel Terzo Settore. Con The Human Touch ci siamo chiesti che cosa, nell’era dell’intelligenza artificiale, resta insostituibilmente umano. Tra speech, masterclass, workshop e confronto, la giornata ha dato risposte più concrete del previsto. Ne abbiamo scelte cinque.
Nell’era dell’IA sorprende ciò che è vero
Fino a ieri la difficoltà era produrre: un video, una campagna, un testo ben scritto. Oggi lo può fare chiunque, in pochi minuti, e il risultato è un mondo pieno di contenuti corretti e indistinguibili. In questo scenario cambia ciò che attira l’attenzione. “Ha senso di esistere solo ciò che sorprende”, ha detto Stefania Siani, “e in questo momento sorprende sapere che qualcosa è davvero reale”. Il Terzo Settore ha nelle esperienze e nelle relazioni che vive ogni giorno una materia narrativa potente. A patto di raccontarla senza automatismi: la leva emotiva usata sempre allo stesso modo stanca. È il punto da cui è partita la masterclass di Francesco Bozza: la creatività come leva strategica, per trovare un linguaggio capace di arrivare anche a chi non ci conosce. Una campagna funziona davvero quando cambia il modo in cui le persone parlano di un problema.
Si delega il compito, non la decisione
L’IA non sa tutto: lavora sui dati che ha, che non sono mai completi, e restituisce risultati probabili, non certi. Soprattutto non vuole niente. Non ha obiettivi, non ha una posta in gioco, non risponde delle conseguenze. Per questo le si può affidare l’esecuzione di un compito, ma l’intenzione a monte e il controllo a valle restano a una persona. Come ha sintetizzato Massimo Chiriatti, “il giudizio umano oggi conta molto più che in passato”.
Rosario Sica ha portato questa responsabilità dentro le organizzazioni: adottare l’IA è una scelta di governo prima che di strumenti e riguarda competenze, cultura e modelli organizzativi. Richiede di saper spiegare con chiarezza il proprio senso, perché una macchina amplifica quello che le si dà. “Non possiamo delegare l’empatia, né l’ultimo step decisionale”.
Il tempo che l’IA libera deve tornare alle persone
La promessa dell’IA è farci risparmiare tempo. La domanda che conta è dove va a finire quel tempo.
Se serve solo a produrre di più, abbiamo perso un’occasione. Se torna al donatore da richiamare, al volontario da formare, al beneficiario da ascoltare, cambia la qualità del nostro lavoro. Una macchina può aiutarci a trovare un donatore, ma comprenderlo resta un lavoro nostro.
Nel 7×7 che ha chiuso la giornata, sette protagonisti del settore hanno scelto sette parole per dire ciò che non si automatizza: autenticità, relazione, ascolto, curiosità, meraviglia, cura, incontro. Con un avvertimento che riguarda tutti: essere sempre collegati non vuol dire essere connessi.
L’incontro resta il luogo in cui nasce la relazione
Gli strumenti digitali moltiplicano i punti di contatto; l’incontro di persona aggiunge una qualità di relazione diversa. Secondo il rapporto “Noi doniamo” 2025 dell’Istituto Italiano della Donazione, banchetti ed eventi di piazza sono lo strumento di raccolta fondi ritenuto più efficace dal 40% delle organizzazioni non profit intervistate, davanti al digitale.
Nel workshop sugli eventi territoriali lo hanno mostrato due esperienze: l’impacchettamento solidale di Save the Children nelle librerie Feltrinelli e le piazze di “Biscotti Senza Frontiere” di Medici Senza Frontiere. Formati diversi, stessa logica: un evento sul territorio è una porta d’ingresso, e il suo risultato più prezioso sono le persone incontrate, che entrano in relazione con l’organizzazione e possono restarci per anni. Lo stesso vale per i media: il Festival di EMERGENCY, che porta a Reggio Emilia circa ventimila persone, crea con giornalisti e ospiti legami che durano ben oltre i tre giorni dell’evento.
I risultati si progettano molto prima
Dietro ogni incontro riuscito c’è un lavoro che il pubblico non vede. Le 1.400 uscite stampa del Festival di EMERGENCY di quest’anno nascono da un piano di cinque mesi e da un ufficio stampa seduto al tavolo quando il programma era ancora da scrivere, per scegliere temi e voci capaci di parlare all’attualità. E da molte rinunce, perché comunicare tutto equivale a non comunicare nulla.
Un evento di piazza nazionale richiede lo stesso anticipo: location, autorizzazioni, reclutamento, formazione, e una comunicazione che comincia settimane prima, così che la piazza sia l’ultimo miglio e non il primo.
È qui che la tecnologia trova il suo posto. Strumenti come Regia 360 servono a tenere in ordine la complessità, così che le persone possano occuparsi delle persone.
Più che una posizione sull’intelligenza artificiale, Reinventing 2026 ci ha lasciato un criterio: usare la tecnologia per avere più tempo, più dati e più ordine, e scegliere con cura che cosa continuare a fare da esseri umani. Relazione, ascolto e cura sono da sempre il mestiere del Terzo Settore. Oggi sono anche ciò che lo rende riconoscibile.
Grazie a chi ha costruito questa edizione insieme a noi: relatori, partecipanti, sponsor e tutto lo staff.
Questo è Reinventing. Arrivederci al prossimo anno!
Sul palco di Reinventing 2026: Stefania Siani, Rosario Sica, Massimo Chiriatti, Francesco Bozza. Nei workshop: Daniele Tarzia (Save the Children), Caterina Francesca Giordano (Medici Senza Frontiere), Sabina Galandrini (EMERGENCY), con Federica Dodi, Federica Tammaro, Maria Chiara Zilli e Valeria Longoni. Nel 7×7: Paolo Ferrara, Giancarla Pancione, Mauro Picciaiola, Ivano Zoppi, Antonio Barone, Valerio Melandri, Alessandra Piccioni.







